30/12/13

Una coltivazione di 10 mila anni fa può risolvere i problemi di celiachia

Nella tasca della mummia ritrovata vent’anni fa sulle Alpi Venoste furono scoperti tre semi. Incuriositi, i ricercatori cominciarono a studiarne le caratteristiche genetiche. Si scoprì che si trattava di semi di farro monococco, la specie di frumento più antica conosciuta, coltivata nel Medio Oriente già nel Mesolitico, circa 10 mila anni fa. Rispetto al farro classico, il monococco risulta essere maggiormente proteico e ricco di carotenoidi, tocofenoli e minerali. E con un basso contenuto di glutine non tossico. Ecco perché sta tornando nell’alimentazione moderna con successo.
Le caratteristiche del cereale, infatti, hanno destato l’attenzione dei nutrizionisti e nel 2006 il Consiglio per la  ricerca e la sperimentazione in agricoltura ha partecipato a un bando della Regione Lombardia per reintrodurre il farro monococco in cultura: insieme con l’Università di Milano e alla Fondazione pianura bresciana è stata avviata una filiera completa. L’esperimento ha avuto successo (seppure il farro è considerato un settore di nicchia), la domanda è aumentata e le coltivazioni si sono estese a tutto il paese. Perché, se è vero che la resa della coltivazione è circa la metà del grano tradizionale, di contro la qualità è decisamente superiore.
Nel farro monococco (o farro piccolo), infatti, ogni spiga porta una singola cariosside (chicco), raramente due: per questo motivo è una specie con scarsa resa e alti costi di lavorazione. Ma è una specie molto resistente alle malattie e necessita di poco concime. Le tecniche colturali, inoltre, sono a basso impatto ambientale.
Visto il trend in aumento, si stanno già sperimentando le applicazioni culinarie: pasta fresca o al bronzo, dolci secchi e una miscela con farina integrale per la pasta della pizza.
Il tutto per rispondere alla domanda sempre più crescente di una cucina sana e soprattutto digeribile. Le coltivazioni intensive ad alto contenuto di glutine hanno infatti fatto crescere negli ultimi dieci anni il numero dei casi di celiachia e di intolleranze.

09/12/13

Medical fitness: lo sport prescritto come medicina

Potrebbe arrivare proprio dai medici di base la ricetta per risollevare le sorti dei circoli e dei centri sportivi, in crisi gestionale da molti anni e insediati dal dilagare di un nuovo fenomeno di mercato: i “club low cost”. Da una parte i circoli e i club devono rendersi conto che i servizi offerti finora (che nel passato avevano rappresentato un fattore di crescita costante) ormai sembrano inadeguati e inappropriati per avere successo, e trovare nuovi sistemi per attirare e fidelizzare la clientela. In questo senso una mano potrebbe arrivare addirittura dalle linee guida dei governi.



Negli Stati Uniti, il crescente aumento della spesa sanitaria fa prevedere che entro il 2030 i costi saranno tre volte maggiori della fine degli anni ’90. Per ridurre questo esborso che pesa sul bilancio dell’economia del paese già colpito come tanti altri dalla crisi globale, il governo sta cercando un modo per ridurre questa voce di bilancio. E ha pensato proprio al settore fitness, in grado di dare un contributo fondamentale al miglioramento della salute dei cittadini. I centri di attività sportiva potrebbero così lavorare in sinergia con i medici di base per offrire servizi adeguati alle esigenze salutistiche, cercando di attirare la popolazione sedentaria.
È sempre più scientificamente provato, infatti, che l’attività fisica è fondamentale nella prevenzione di molte patologie (ictus, infarto, diabete, osteoporosi). Un’opportunità, quella del Medical fitness, a beneficio della popolazione e degli operatori del settore, che hanno dato il via negli ultimi tempi a Medical fitness club, Medical spa, Medical fitness studio ecc. 
Negli soli Stati Uniti i Medical fitness center sono passati negli ultimi dieci anni da circa 200 a 1300. Oltre alla nascita di questa nuova tipologia di centri (che sono quasi sempre gestiti direttamente dagli ospedali), si sta registrando un cambiamento nei servizi offerti dai club tradizionali: mentre prima gli avventori erano quasi sempre atleti che frequentavano per il mantenimento della forma, ora ci si rivolge a chi in forma non lo è e lo vuole diventare, soprattutto nell’ottica della medicina preventiva e non tanto nell’ottica di finalità agonistiche. Secondo i dati del Ministero della salute, i medici sembrerebbero pronti a prescrivere l’esercizio fisico come farmaco preventivo e curativo.
Ora sta ai centri e ai club attrezzarsi per soddisfare la domanda: indagini sui bacini di utenza dei centri in relazione al numero dei pazienti dei medici della zona potrebbero far pensare a un incremento anche di mille soci. Soci che arriverebbero con problematiche differenti dagli utenti classici: persone anziane, con patologie ben precise, che necessitano di programmi personalizzati e di persone in grado di seguirli costantemente. E da non sottovalutare poi il problema economico: se si rende necessario per la salute fare attività fisica per tutta la vita, gli abbonamenti annuali ai club devono essere rivisti in quest’ottica.